Ah
Luglio 23, 2008
Domani sera, al Finger di via Albricci a Milano sarò obbligata, dalle 19.30, ad esordire con il mio primo dj set. Oggi, al Finger di via Albricci a Milano, alle 18.50 ho messo per la prima volta le mani su un Pioneer cdj200.
Sarà BELLISSIMO.
Soprattutto perchè l’agenzia, interamente mobilitata per l’evento, ha cortesemente deciso di offrirci n.3 drinks cadauno.
Spero di non ricordare nulla il giorno dopo.
p.s. Ovviamente, siete tutti i benvenuti.
[nella diapositiva, Gaia gabber che si prepara alla sua serata house di domani con il vocalist gay mircus dal brasile]
Update:




Pare incredibile ma ce l’ho fatta. Menomale che c’erano i miei mentori.
a milano c’è anche il circo
Luglio 11, 2008
per chi non leggesse MAI il mio blog cloudintheocean, vi riporto le perle migliori qui.
ovviamente.
cronache dal Pop Circus
devo ammettere che4 l’inizio giornata non è dei più esaltanti: mi sveglio stanca e coi maroni girati, e col caldo assurdo di un weekend di inizio luglio non ci penso nemmeno a rispondere NO ad andare nella fresca milano per le 4 di pomeriggio.
ma la line up già scarna poco concede all’abbronzatura: alle 6 suona l’unico gruppo interessante e quindi si fanno su baracca e burattini e si parte per Le jardin au bord du lac.
arriviamo verso le 6 dopo una tappa in autogrill e due birre in lattina dalle marche più improbabili. ovviamente tempo di arrivare a linate erano calde.
costo di ingresso: 20 euro. che cista, ma anche no dato che le long blondes avevano dato forfait da mò.
costo per dissetarsi: 5 euro una birra. che ci sta, ma anche no, dato che a duecento metri il magnolia offre cocktails spezzagambe a soli 5 euri. sempre per non ricordarci del miami.
e 10 euro un cocktail. il che mi porta a ripensare a ciò che ho sopra scritto.
nemmeno l’acqua era consona a tasche di studentesse/stagiste squattrinate.
in ogni caso, decidiamo di evitare di bere a meno che non fosse vitale.
ma parliamo dei concerti.
le those dancing days hanno appena preso la patente probabilmente, e sembrano le sorelle minori delle Au revoir simone. a livello tecnico niente di strabiliante ma lei ha una bella voce, poi sono giovani hanno voglia di fare e soprattutto si nota che le prime a divertirsi sono loro. loro e io e la vale a sentire i commenti degli adolescenti butterati che ne urlavano di ogni. dal ti amo a belle fighe ad altro.
in ogni caso ecco i documenti fotografici di queste giovani donne dalle gambe ancora lisce, che potete trovare come sempre anche qui.
dopo l’unica performance per cui eravamo venute è giunto il momento dello svago:
si mangiano calippo ( a soli 3 euro!)
…si prende una birra deridendomi perchè le presenti nella fotografia sottostante sono tutte ree di essere tornate col loro ex moroso (tranne una che si salva giustificazione: semi-pausa…vero stella????)
ma io NON DESISTO. AH-AH tengo alta la fede delle single in barba a voi felici donne rifidanzate.
e ridendo e scherzando ci perdiamo un paio di gruppi, di cui tra parentesi non ricordo nemmeno il nome.
ma non perdiamo i Good Shoes. il cui cantante sembra il fratello minore di Jack Black. e il chitarrista il fratello minore di un Blur. in sostanza, più che pop circus quesata è una parata di piccoli sosia.
i good shoes iniziano instabili ma poi il concerto si rivela carino. ma tanto io e stella eravamo più impegnate in balletti veramente imbarazzanti durante l’intermezzo di cambio palco, di cui FORTUNATAMENTE non possiedo prove fotografiche.
sul volantino si affermava che verso le 8 ci sarebbe stato un lauto aperitivo che avrebbe saziato tutte le bocche poco capienti degli ossuti indie milanesi.
ma, carramba che sorpresa! quando il cibo è gratis anche le modelle di american apparel mangiano.,
e come se mangiano!
i vassoi si svuotavano con tanta rapidità che abbiamo iniziato a domandarci se non fossero semplici illusioni ottiche provocate dai morsi di zanzara cresciuta nell’idroscalo (che è notoriamente più grande, affamata e infame di una comune zanarina che trovi in provincia).
ma loa stella ha un foglietto su cui ha scritto IL NOME. ovvero, qualcuno che avrebbe dovuto farci diventare vips…ma il biglietto col Segreto non serve, dato che p’er diventare VIP basta soltanto sedersi ad un tavolino ed esclamare: “ah, è già finito tutto!”
che all’improvviso appare un omone il quale, probabilmente affascinato dalla Laura, ci fa portare un vassoio di pasta. solo per noi.
provvedendo ad allontare glialtri avvoltoi agghindati alla Morrisey e company.
ci sentiamo talmente vips da fotografarci e firmarci autografi a vicenda, addirittura a piedi scalzi
e così ci troviamo a degustare focaccine alle acciughe e pasta al peperonicno.
maledetti.
cosa non fanno per farti bere.
ma! nonstante la bocca infuocata per almeno un altro quarto d’ora non si beve.
ma arriva anche il momento in cui tutti ci abbandonano per andare a parco lambro a sentire i Pelussje, ma avendo speso 20 euri io e la vale da lì non ci schiodiamo.
almeno i rakes dannazione.
almeno il djset dei New Young Pony Club.
nel mezzo ci incastro un’inverosimile intervista in inglese sul futuro della musica indie a milano…AH-AH! che novità dire che è soltanto una moda per rendersi ridicoli ed imbarazzanti.
le prove viventi pascolavano accanto a me: dal ragazzo imitante madonna alla donna poliziotta sexy (peccato non le si addicesse per nulla anzi), alla straalternativa dai collant strappati (UH_UUUUH) al tizio vestito a modi safari. peccato che il saphary festival fosse duecento metri indietro, al magnolia. e sarebbe stato in ogni caso ridicolo.
non contando insomma la classica sfilata di maschere carnevalesche ascoltiamo i The Rakes, assiema a Patrick 8collaboratore esterni) e un suo imabarazzante amico che sapeva soltanto dire “ma tu fumi? fumiamo?” e non si accorge nemmeno che delle inglesi strafatte ubriache gli si lanciavano addosso.
forse la sua unica occasione nella vita per toccare una donna perduta per del fumo. bravo locco.
beh insomma.
i rakes in tutto ciò mi fanno danzare e danzare, e nonostante lui si muova come il sorre, e si vesta esattamente uguale provocandomi spasmi di ilarità acuta, ho apprezzato il live e la simpatia delle sue battute con cui intratteneva noi pubblico saltellante.
e poi aveva una maglia I LOVE CATS per cui gli avrei stretto la mano. vediamo se farà moda tra i rimstai deglianni 80 milanesi
mentre le zanzare banchettano con i miei piedi nonostante una dose di aulin portataci da uno stuntman al tavolo fintovip il concerto finisce.
e inizia un’ignobile djset london loves. talmente bello e danzereccio che non aspettiamo nemmeno i new young pony club e scappiamo a casa.
con una domanda in testa: ma circus era per le attrazioni viventi che potevi fotografare ma non toccare?
Le Cronache di Werchter 2008
Luglio 8, 2008
DAY 1 – Giovedì 3 Luglio
In realtà il mio resoconto dovrebbe cominciare dal giorno prima: la sera di mercoledì 2 luglio raggiungo i miei compagni di viaggio allo ZoOkY di Reggio nell’ Emilia, nuovo locale troppo carino per essere apprezzato nelle terre d’aglione dove la massima aspirazione sono i fake irish pub, la musica metal e Luciano Ligabue. La serata è gradevole, piena di bbbella gggente gggiovane e bbbel sssoundd. Si conclude alle 2 di notte, tappa a Modena a raccogliere baracche e burattini e poi alle 4 e 30 partenza per Bergamo dove alle 8 ci attende il volo per Charleroi. Sbronzi. Stanchi. Alla vigilia di un festival di 4 giorni. Non male come partenza. Se poi ci mettiamo che becchiamo gli unici 2 incidenti presenti sulle autostrade italiane in quel momento, deviamo per la strada normale, e facciamo la corsa (letteralmente) per arrivare al check in all’ultimo momento, vuol dire che la giornata promette bene.
Ma siamo gggiovani, siamo forti, e durante il viaggio l’umore è alto. Arriviamo a Charleroi con lo spirito giusto, ma lì inizia un calvario: 2 bus e 2 treni per arrivare a Leuven, dove una navetta ci trasporta a SOLI 3 km dal festival, da fare con le valigie in spalla, ovviamente. Arriviamo in campeggio, il più lontano dall’area del festival – il buon Alex a posteriori spiegherà anche il motivo dell’assenza di compagnia femminile riscontrata… chi vuoi che venga con te quando vede il braccialetto del campeggio più in culo al mondo? – e piazziamo le nostre 2 Quechua automontanti come solo Un Fantozzi e un Filini saprebbero fare.
Il campeggio è delizioso: all’entrata ti aspettano 20 metri di fango non stop, per poi passare all’erba marcia e alla terra zollosa. Ma cosa importa? siamo in mezzo ai campi di grano, l’aria è dolce et fragrante, e i cessi hanno la fossa aperta. Uhmmm che poesia, andare in bagno con 4 o 5 Mr Henky che ti salutano!
ma cosa importa? abbiamo le docce! quelle costano solo 2,5 euro, si fa una fila solo di un ora e 20, e devi entrare obbligatoriamente scalzo! aaah che simpatico, il Microsporium Canis che alberga ora tra l’alluce ed il secondo dito del mio piede sinistro!
Al di là di tutto ciò, non esiste problema: cos’è, pensavo di andarmene al Club Med belga? nossignore: sono un raver fino a prova contraria, e i veri ravers non temono nulla. Purtroppo le zero ore di sonno e la via crucis compiuta ci costringono ad un riposino pomeridiano per cui perdiamo il primo appuntamento importante: i Vampire Weekend. Il dispiacere tuttora è grande, ma non si poteva fare altrimenti. Arriviamo quindi all’area del festival verso le 5 e 30, ascoltandoceli lungo il tragitto. Un ora di fila per farsi fare il benedetto braccialetto (le file, uno dei passatempi più in voga tra i giovani belgi) e siamo finalmente dentro: io mi fiondo a vedere i The National, tra i miei gruppi più attesi, e non deludono: perfetti tecnicamente, intensi, e molto meno fiala di quello che potrebbe sembrare dagli album. La voce di Matt Berninger arriva dritta al cuore, scandita da quella batteria metronomica che non sembra vera.
Dopo il nubifragio che si abbatte al di fuori del Pyramid marquee, ritrovo i miei amicici e per scaldarci ci dirigiamo a vedere Shameboy, dj locale che ci fa saltare per la prima volta; il suo incrocio tra i Vengaboys ed il french touch di matrice daft punkiana è un irresistibile aperitivo a quel che verrà.
Lascio passare Lenny Kravitz e non ho comunque la forza, dopo la giornata trascorsa, per farmi strada nella ressa che accompagna la venuta dei Soulwax; poco male, me li gusto lo stesso sul ciglio dello stage al coperto. Per i Chemical Brothers invece ci facciamo largo fino alle prime file: stesso spettacolo dell’anno scorso, bilancio decisamente negativo…ogni tanto uno dei due fratelli chimici si porta in avanti sul palco ad accogliere le ovazioni del pubblico, tanto dietro alla consolle non sembrano aver molto da fare. I battiti sono lenti e l’unico motivo di godimento rimangono i visuals sullo sfondo, vero core dello show. In contemporanea c’erano i 2 many dj’s (tanto per dire che tipo di sovrapposizioni erano presenti), cui abbiamo rinunciato esibendosi ormai più a Modena che in Belgio.
Ah giusto, c’erano anche i R.E.M. . E Mika. non pervenuti.
Day 2 – Venerdì 4 Luglio
La giornata inizia presto, noi arriviamo con un pò di ritardo, ma in tempo per vedere un pò di sana tribù metallara (scarna a dire la verità, i 15enni continuavano a prevalere) fare head banging con gli Slayers. Dopo sarebbe il turno dei Babyshambles, ma toh? sono gli unici a tirare il pacco. Ma non importa, perchè in seguito sul main stage è il turno di quello che sarà sicuramente uno dei migliori best act: Jay-Z. Quanto è figo Jay-Z. Non è il mio genere, non l’ho neanche mai particolarmente apprezzato neanche quando ascoltavo rap, ma devo ammettere che ha tirato su uno spettacolo coi controcazzi…strumentisti incredibili, carisma da vendere, tecnica impressionante. è hip hop a 360 gradi, è una delizia per gli occhi e per le orecchie, che tu ascolti rock o reggae, non fa differenza. Chapeau.
Dopo Jay-Z stiamo sul main stage per i Verve. Dopo 3 canzoni scappiamo, è la noia fatta musica. Se le reunion devono farti suonare come se fossi da solo nella tua cameretta a strimpellare, meglio evitare.
Arriva la sera e arrivano in fila Hot Chip e Digitalism: i primi non mi hanno mai entusiasmato, ma devo ammettere che sono davvero validi dal vivo, molto meglio che su disco. Tuttavia ho un crollo fisico per cui non trovo la forza di andare a spingere là davanti. I secondi, beh, è stato il primo tentativo di sopravvivenza;in certi casi la musica passa in secondo piano, la priorità è tenersi in piedi e respirare. Non pervenuti. Nell’allontanarci dal festival osserviamo da lontano Moby… sveglia, siamo nel 2008.
Day 3 – Sabato 5 luglio
Il giorno più intenso è il giorno del tracollo.
Inizio con gli MGMT, che di bello hanno presentato solo la maglietta che vendevano al merchandising. Uno show asettico, da gruppetto quale d’altronde sono. Certe band andrebbero ascoltate solo su disco, o al massimo nel piccolo indie club di provincia, perchè quando ti vai a confrontare con i veri colossi risalta tutta la povertà musicale di cui sei capace. Puoi anche vestirti come un elettro-hippie e fare indossare alla gente bandane colorate, ma la sostanza rimane quella che è: poca.
Salto i The Hives per dedicarmi ai Band of Horses: cattiva scelta, non tanto per gli Horses che sono assolutamente di grande spessore, quanto per la mia condizione fisica che risulta pessima già alle 3 di pomeriggio. Gli Hives forse mi avrebbero dato un pò di adrenalina, ed a quanto mi hanno riferito han fatto la loro porca figura (si potrebbe definire un caso opposto agli MGMT).
é poi il turno degli Editors, che osservo in solitudine da lontano immerso nei ricordi che mi evocano. Niente da dire, gli editors sono imprescindibili, fanno salire brividi lungo la schiena, hanno compiuto quel salto che li rende la brit pop band per eccellenza, togliendo lo scettro agli ormai marciti Coldplay.
Bravi anche i Kings of Leon, nonostantela croce in bella vista del cantante ed il taglio da chierichetto.
Dopo è il turno, in fila, di Ben harper, Sigur Ros e Radiohead. In breve: durante l’attesa per Ben Harper in 4° fila (mi chiederete: “ma perchè Ben Harper?” e io risponderò: “non lo so”) la stanchezza, il caldo, la massa ed effetti psicotropi thc dipendenti mi fanno avere un rapido annebbiamento dela vista (“annebbiamento” è un eufemismo, “vedere un cazzo” è un’espressione più adeguata) con associata sensazione di imminente svenimento (vedi “pre-sincope”), per cui la fedele Chiara si trova obbligata a salvarmi la vita portandomi al lato del paclo e facendomi sedere in mezzo al fango. Per 20 minuti buoni sono rimasto immobile a fissare il muro di gente che avevo davanti, con Ben Harper in sottofondo, a membra flaccide. Mi sono sentito così RRRoccknnroll e così ggggiovane che ho ben pensato di prenderla un attimo con più calma, da li in poi.
Perciò i Sigur Ros li ho visti da seduto, compiacendomi soprattutto dell’abito a metà tra Ladyhawke e labyrynth ed Edward mani di forbice dello strabico cantante. Però ammetto che sono davvero notevoli, nonostante l’imminente mio tentativo di suicidio.
Radiohead: mi spingo in terza fila, vedo bottigliette di acqua che mi sovrastano, passate di mano in mano a partire dai buttafuori per idratare le ragazzine che facevano stage diving da svenute per la calca formatasi. Dopo 30 minuti di stenti penso che vedere quel folletto di Thom yorke ed il chitarrista che fa finta di suonare una radio d’epoca facendone scaturire suoni assurdi non è poi la mia massima aspettativa della serata. Non ho mai ascoltato davvero i Radiohead, e vederli in un concerto di due ore in cui non fanno neanche un cazzo di singolo commerciale ad esclusione di Idioteque, è troppo per me.
The gossip, Kate Nash, Gnarls Barkley, Roisin Murphy: non pervenuti.
Day 4 – Domenica 6 Luglio
Comincio la giornata all’insegna dei buoni propositi e della tranquillità in attesa dell’ultima sera, pertanto mi sparo subito i miei amati Panic! at the disco; che bello stare tra le ragazzine urlanti ogni singola parola dei loro testi! I Panic profumano di latte, ma non mi sento di dire male di loro; non sono certo fenomenali dal vivo, ma mantengono l’easy listening degli album, e a me basta. Inoltre Brendon Urie non è poi così male, se non si accinge a cantare tonight tonight. Il pomeriggio continua nell’attesa del main event serale, e ci perdiamo volentieri i vari The Kooks, The Raconteurs, Grinderman e Kaiser Chiefs per rifocillarci e farci un paio di dj set violenti all’aperto allo stand Partytime, che mischia i Datura con i Justice creando un’atmosfera veramente piacevole…immaginatevi un prato intero di gente che salta senza problemi di spazio e quindi di aria, con lo stand della birra a due passi. Bellissimo.
Alle 8 disera è il momento dei Justice. Decido di dare tutto, e con gli altri ci spingiamo davanti, sotto il capannone del Pyramid Marquee. Ora, sfido chiunque a dire che ormai un loro live non sia paragonabile a un ceoncerto dei Rage against the machine. Non sono quasi riuscito ad ascoltare i suoni, pensavo solo al momento in cui sarebbe finito il pezzo per boccheggiare in punta di piedi e captare una corrente di aria. Semplicemente non c’era ossigeno. Alla fine dell’evento , all’uscita, un simpatico inglese mi fa: “Ehi , did you have a shower?”.
ci rimane giusto la forza per osservare Beck da lontano, con i suoi capelli lunghi e il suo camicione di flanella, che pensava forse di suonare alla sagra del paese, dall’impegno che mostrava.
Idem per gli Underworld, che dopo la pazzia fatta con i nostri francesi preferiti, era meglio evitare.
Ci allontaniamo infine senza dare quasi neanche uno sguardo ai dEUS, che giustamente fanno gli onori di casa chiudendo il festival.
Ora, per concludere, brevi sul festival per punti:
-L’organizzazione del Werchter, nonostante i nomi spaventosi e l’ottima rete di trasporti (gratuiti) per arrivarci, non è delle migliori: il programma è da chiedere all’ingresso, altrimenti ti attacchi e puoi solo leggere “next” sui maxischermi, senza neanche che venga segnalata l’ora. Inoltre, 2 palchi per i nomi presenti sono assurdamente pochi, rendendo questione di sopravvivenza ogni concerto che si vuole gustare dalle prime file.
- Il cibo è discretamente vario e soprattutto offre Friet met Stoofvless, ovvero patate fritte belga ottime sormontante da una montagna di gelatinoso e glutammatoso stufato di manzo…SPEZIALITATEN! oltre a questo, cucina un pò di tutto il mondo ma con l’obbligo del fritto, ed in più un chiosco “Pasta Festivale”, il cui nome dice tutto.
- Per i maschietti, è un festival di pura sofferenza. quello che contraddistingue il werchter dagli altri festival europei visti è l’età media: si va dai bambini di 8 anni accompagnati dai genitori (oh, in Belgio mica c’è Mirabilandia) a ORDE di ragazzine di 15-16 anni, tutte bellissime, che qui farebbero a gara per andare al Pineta o al Papete, mentre là vanno scalze per un campeggio degno di Woodstock. Questo fa riflettere.
-La socievolezza delle popolazioni nordiche, si sa, non è il massimo. Fondamentalmente si tratta del 70% di Belgi, 20% di Olandesi, 5 % di inglesi e 5 % del resto del mondo, di cui uno 0,0005 % di italiani…il che sicuramente è un punto a favore. Certo che un pò più di senso della comunicabilità e di umorismo non gli farebbe male.
Ho finito.
Mi vado a preparare per il Pukkelpop.








