Le Cronache di Werchter 2008
Luglio 8, 2008
DAY 1 – Giovedì 3 Luglio
In realtà il mio resoconto dovrebbe cominciare dal giorno prima: la sera di mercoledì 2 luglio raggiungo i miei compagni di viaggio allo ZoOkY di Reggio nell’ Emilia, nuovo locale troppo carino per essere apprezzato nelle terre d’aglione dove la massima aspirazione sono i fake irish pub, la musica metal e Luciano Ligabue. La serata è gradevole, piena di bbbella gggente gggiovane e bbbel sssoundd. Si conclude alle 2 di notte, tappa a Modena a raccogliere baracche e burattini e poi alle 4 e 30 partenza per Bergamo dove alle 8 ci attende il volo per Charleroi. Sbronzi. Stanchi. Alla vigilia di un festival di 4 giorni. Non male come partenza. Se poi ci mettiamo che becchiamo gli unici 2 incidenti presenti sulle autostrade italiane in quel momento, deviamo per la strada normale, e facciamo la corsa (letteralmente) per arrivare al check in all’ultimo momento, vuol dire che la giornata promette bene.
Ma siamo gggiovani, siamo forti, e durante il viaggio l’umore è alto. Arriviamo a Charleroi con lo spirito giusto, ma lì inizia un calvario: 2 bus e 2 treni per arrivare a Leuven, dove una navetta ci trasporta a SOLI 3 km dal festival, da fare con le valigie in spalla, ovviamente. Arriviamo in campeggio, il più lontano dall’area del festival – il buon Alex a posteriori spiegherà anche il motivo dell’assenza di compagnia femminile riscontrata… chi vuoi che venga con te quando vede il braccialetto del campeggio più in culo al mondo? – e piazziamo le nostre 2 Quechua automontanti come solo Un Fantozzi e un Filini saprebbero fare.
Il campeggio è delizioso: all’entrata ti aspettano 20 metri di fango non stop, per poi passare all’erba marcia e alla terra zollosa. Ma cosa importa? siamo in mezzo ai campi di grano, l’aria è dolce et fragrante, e i cessi hanno la fossa aperta. Uhmmm che poesia, andare in bagno con 4 o 5 Mr Henky che ti salutano!
ma cosa importa? abbiamo le docce! quelle costano solo 2,5 euro, si fa una fila solo di un ora e 20, e devi entrare obbligatoriamente scalzo! aaah che simpatico, il Microsporium Canis che alberga ora tra l’alluce ed il secondo dito del mio piede sinistro!
Al di là di tutto ciò, non esiste problema: cos’è, pensavo di andarmene al Club Med belga? nossignore: sono un raver fino a prova contraria, e i veri ravers non temono nulla. Purtroppo le zero ore di sonno e la via crucis compiuta ci costringono ad un riposino pomeridiano per cui perdiamo il primo appuntamento importante: i Vampire Weekend. Il dispiacere tuttora è grande, ma non si poteva fare altrimenti. Arriviamo quindi all’area del festival verso le 5 e 30, ascoltandoceli lungo il tragitto. Un ora di fila per farsi fare il benedetto braccialetto (le file, uno dei passatempi più in voga tra i giovani belgi) e siamo finalmente dentro: io mi fiondo a vedere i The National, tra i miei gruppi più attesi, e non deludono: perfetti tecnicamente, intensi, e molto meno fiala di quello che potrebbe sembrare dagli album. La voce di Matt Berninger arriva dritta al cuore, scandita da quella batteria metronomica che non sembra vera.
Dopo il nubifragio che si abbatte al di fuori del Pyramid marquee, ritrovo i miei amicici e per scaldarci ci dirigiamo a vedere Shameboy, dj locale che ci fa saltare per la prima volta; il suo incrocio tra i Vengaboys ed il french touch di matrice daft punkiana è un irresistibile aperitivo a quel che verrà.
Lascio passare Lenny Kravitz e non ho comunque la forza, dopo la giornata trascorsa, per farmi strada nella ressa che accompagna la venuta dei Soulwax; poco male, me li gusto lo stesso sul ciglio dello stage al coperto. Per i Chemical Brothers invece ci facciamo largo fino alle prime file: stesso spettacolo dell’anno scorso, bilancio decisamente negativo…ogni tanto uno dei due fratelli chimici si porta in avanti sul palco ad accogliere le ovazioni del pubblico, tanto dietro alla consolle non sembrano aver molto da fare. I battiti sono lenti e l’unico motivo di godimento rimangono i visuals sullo sfondo, vero core dello show. In contemporanea c’erano i 2 many dj’s (tanto per dire che tipo di sovrapposizioni erano presenti), cui abbiamo rinunciato esibendosi ormai più a Modena che in Belgio.
Ah giusto, c’erano anche i R.E.M. . E Mika. non pervenuti.
Day 2 – Venerdì 4 Luglio
La giornata inizia presto, noi arriviamo con un pò di ritardo, ma in tempo per vedere un pò di sana tribù metallara (scarna a dire la verità, i 15enni continuavano a prevalere) fare head banging con gli Slayers. Dopo sarebbe il turno dei Babyshambles, ma toh? sono gli unici a tirare il pacco. Ma non importa, perchè in seguito sul main stage è il turno di quello che sarà sicuramente uno dei migliori best act: Jay-Z. Quanto è figo Jay-Z. Non è il mio genere, non l’ho neanche mai particolarmente apprezzato neanche quando ascoltavo rap, ma devo ammettere che ha tirato su uno spettacolo coi controcazzi…strumentisti incredibili, carisma da vendere, tecnica impressionante. è hip hop a 360 gradi, è una delizia per gli occhi e per le orecchie, che tu ascolti rock o reggae, non fa differenza. Chapeau.
Dopo Jay-Z stiamo sul main stage per i Verve. Dopo 3 canzoni scappiamo, è la noia fatta musica. Se le reunion devono farti suonare come se fossi da solo nella tua cameretta a strimpellare, meglio evitare.
Arriva la sera e arrivano in fila Hot Chip e Digitalism: i primi non mi hanno mai entusiasmato, ma devo ammettere che sono davvero validi dal vivo, molto meglio che su disco. Tuttavia ho un crollo fisico per cui non trovo la forza di andare a spingere là davanti. I secondi, beh, è stato il primo tentativo di sopravvivenza;in certi casi la musica passa in secondo piano, la priorità è tenersi in piedi e respirare. Non pervenuti. Nell’allontanarci dal festival osserviamo da lontano Moby… sveglia, siamo nel 2008.
Day 3 – Sabato 5 luglio
Il giorno più intenso è il giorno del tracollo.
Inizio con gli MGMT, che di bello hanno presentato solo la maglietta che vendevano al merchandising. Uno show asettico, da gruppetto quale d’altronde sono. Certe band andrebbero ascoltate solo su disco, o al massimo nel piccolo indie club di provincia, perchè quando ti vai a confrontare con i veri colossi risalta tutta la povertà musicale di cui sei capace. Puoi anche vestirti come un elettro-hippie e fare indossare alla gente bandane colorate, ma la sostanza rimane quella che è: poca.
Salto i The Hives per dedicarmi ai Band of Horses: cattiva scelta, non tanto per gli Horses che sono assolutamente di grande spessore, quanto per la mia condizione fisica che risulta pessima già alle 3 di pomeriggio. Gli Hives forse mi avrebbero dato un pò di adrenalina, ed a quanto mi hanno riferito han fatto la loro porca figura (si potrebbe definire un caso opposto agli MGMT).
é poi il turno degli Editors, che osservo in solitudine da lontano immerso nei ricordi che mi evocano. Niente da dire, gli editors sono imprescindibili, fanno salire brividi lungo la schiena, hanno compiuto quel salto che li rende la brit pop band per eccellenza, togliendo lo scettro agli ormai marciti Coldplay.
Bravi anche i Kings of Leon, nonostantela croce in bella vista del cantante ed il taglio da chierichetto.
Dopo è il turno, in fila, di Ben harper, Sigur Ros e Radiohead. In breve: durante l’attesa per Ben Harper in 4° fila (mi chiederete: “ma perchè Ben Harper?” e io risponderò: “non lo so”) la stanchezza, il caldo, la massa ed effetti psicotropi thc dipendenti mi fanno avere un rapido annebbiamento dela vista (“annebbiamento” è un eufemismo, “vedere un cazzo” è un’espressione più adeguata) con associata sensazione di imminente svenimento (vedi “pre-sincope”), per cui la fedele Chiara si trova obbligata a salvarmi la vita portandomi al lato del paclo e facendomi sedere in mezzo al fango. Per 20 minuti buoni sono rimasto immobile a fissare il muro di gente che avevo davanti, con Ben Harper in sottofondo, a membra flaccide. Mi sono sentito così RRRoccknnroll e così ggggiovane che ho ben pensato di prenderla un attimo con più calma, da li in poi.
Perciò i Sigur Ros li ho visti da seduto, compiacendomi soprattutto dell’abito a metà tra Ladyhawke e labyrynth ed Edward mani di forbice dello strabico cantante. Però ammetto che sono davvero notevoli, nonostante l’imminente mio tentativo di suicidio.
Radiohead: mi spingo in terza fila, vedo bottigliette di acqua che mi sovrastano, passate di mano in mano a partire dai buttafuori per idratare le ragazzine che facevano stage diving da svenute per la calca formatasi. Dopo 30 minuti di stenti penso che vedere quel folletto di Thom yorke ed il chitarrista che fa finta di suonare una radio d’epoca facendone scaturire suoni assurdi non è poi la mia massima aspettativa della serata. Non ho mai ascoltato davvero i Radiohead, e vederli in un concerto di due ore in cui non fanno neanche un cazzo di singolo commerciale ad esclusione di Idioteque, è troppo per me.
The gossip, Kate Nash, Gnarls Barkley, Roisin Murphy: non pervenuti.
Day 4 – Domenica 6 Luglio
Comincio la giornata all’insegna dei buoni propositi e della tranquillità in attesa dell’ultima sera, pertanto mi sparo subito i miei amati Panic! at the disco; che bello stare tra le ragazzine urlanti ogni singola parola dei loro testi! I Panic profumano di latte, ma non mi sento di dire male di loro; non sono certo fenomenali dal vivo, ma mantengono l’easy listening degli album, e a me basta. Inoltre Brendon Urie non è poi così male, se non si accinge a cantare tonight tonight. Il pomeriggio continua nell’attesa del main event serale, e ci perdiamo volentieri i vari The Kooks, The Raconteurs, Grinderman e Kaiser Chiefs per rifocillarci e farci un paio di dj set violenti all’aperto allo stand Partytime, che mischia i Datura con i Justice creando un’atmosfera veramente piacevole…immaginatevi un prato intero di gente che salta senza problemi di spazio e quindi di aria, con lo stand della birra a due passi. Bellissimo.
Alle 8 disera è il momento dei Justice. Decido di dare tutto, e con gli altri ci spingiamo davanti, sotto il capannone del Pyramid Marquee. Ora, sfido chiunque a dire che ormai un loro live non sia paragonabile a un ceoncerto dei Rage against the machine. Non sono quasi riuscito ad ascoltare i suoni, pensavo solo al momento in cui sarebbe finito il pezzo per boccheggiare in punta di piedi e captare una corrente di aria. Semplicemente non c’era ossigeno. Alla fine dell’evento , all’uscita, un simpatico inglese mi fa: “Ehi , did you have a shower?”.
ci rimane giusto la forza per osservare Beck da lontano, con i suoi capelli lunghi e il suo camicione di flanella, che pensava forse di suonare alla sagra del paese, dall’impegno che mostrava.
Idem per gli Underworld, che dopo la pazzia fatta con i nostri francesi preferiti, era meglio evitare.
Ci allontaniamo infine senza dare quasi neanche uno sguardo ai dEUS, che giustamente fanno gli onori di casa chiudendo il festival.
Ora, per concludere, brevi sul festival per punti:
-L’organizzazione del Werchter, nonostante i nomi spaventosi e l’ottima rete di trasporti (gratuiti) per arrivarci, non è delle migliori: il programma è da chiedere all’ingresso, altrimenti ti attacchi e puoi solo leggere “next” sui maxischermi, senza neanche che venga segnalata l’ora. Inoltre, 2 palchi per i nomi presenti sono assurdamente pochi, rendendo questione di sopravvivenza ogni concerto che si vuole gustare dalle prime file.
- Il cibo è discretamente vario e soprattutto offre Friet met Stoofvless, ovvero patate fritte belga ottime sormontante da una montagna di gelatinoso e glutammatoso stufato di manzo…SPEZIALITATEN! oltre a questo, cucina un pò di tutto il mondo ma con l’obbligo del fritto, ed in più un chiosco “Pasta Festivale”, il cui nome dice tutto.
- Per i maschietti, è un festival di pura sofferenza. quello che contraddistingue il werchter dagli altri festival europei visti è l’età media: si va dai bambini di 8 anni accompagnati dai genitori (oh, in Belgio mica c’è Mirabilandia) a ORDE di ragazzine di 15-16 anni, tutte bellissime, che qui farebbero a gara per andare al Pineta o al Papete, mentre là vanno scalze per un campeggio degno di Woodstock. Questo fa riflettere.
-La socievolezza delle popolazioni nordiche, si sa, non è il massimo. Fondamentalmente si tratta del 70% di Belgi, 20% di Olandesi, 5 % di inglesi e 5 % del resto del mondo, di cui uno 0,0005 % di italiani…il che sicuramente è un punto a favore. Certo che un pò più di senso della comunicabilità e di umorismo non gli farebbe male.
Ho finito.
Mi vado a preparare per il Pukkelpop.
Hercules & Love affair
Maggio 1, 2008
devo dire che questo gruppo sta diventando il mio tormento, soprattutto per il loro singolo Blind, che inizialmente non mi piaceva troppo…ma dopo un paio di ascolti non mi stupisco di trovarmi a cantare “Because i feel blind..”. forse anche perchè il testo mi ha colpito, forse perchè in questi giorni mi butto sulle canzoni per non pensare alla vita reale…non so..
però leggetevi il testo, è sinceramente bello. e la voce di Antony and the Johnson per una volta non mi uccide i timpani. si, scusate ma io non riesco a resistere alla sua voce lamentosa, invece qui ci sta a pennello.
per non parlare del video. trasuda sensualità e io lo proibirei nelle fasce protette du mtv, poi si lamentano che i ragazzini lo fanno a 11 anni…oh beh, questa ,per me, è una canzone che gli ormoni non li tiene fermi..però vabbeh…
se poi anche Grazia li mette in classifica settimanale vuol dire che stanno davvero avendo un successone
As a child, I knew
That the stars could only get brighter
And we would get closer
Get closer
Oooooh
As a child, I knew
That the stars could only get brighter
That we would get closer
Get closer
Leaving this darkness
Behind
Now that I’m older
The stars should lie upon my face
When I find myself alone
Find myself alone
Now that i’m older
The stars should lie upon my face
And when I find myself alone
I feel like I
I am blind
Feel it
Feel it
Feel it
Feel it
Like I am blind
I am blind
I wish the stars could shine now
For they are closer
They are near
But they will not present my present
They will not present my present
I wish the light could shine now
For it is closer
It is near
But it will not present my present
It makes my past and future painfully clear
To hear you now
To see you now
I can look outside myself
And I must examine my breath and look inside
Ooooooh
To see you now
To hear you now
I can look outside myself
And i must examine my breath and look inside
Because I feel blind
Because I feel blind
I feel it
I feel it
I feel it
Like I
Like I’m blind
Ooooooh
The movie will
And feel it
Oooooh, I feel it
Feel it
libri che vorresti tua figlia leggesse…
Febbraio 13, 2008

TRAMA
Mancano solo pochi giorni a San Valentino, tutto è organizzato con Marco per la loro prima volta e l’attesa si fa sempre più elettrizzante. Ma Valentina sta piangendo in una cabina telefonica e si dispera al telefono con Marta. Non vuole tornare a casa e non ha più un soldo. E Marco è sempre più lontano e le amiche non bastano più. Si sente sempre più sola e non sa cosa fare. Cosa è successo nei mesi appena passati? Quale segreto nasconde dietro quelle lacrime che non smettono di scendere? Ha forse minato per sempre l’amore per Marco che sentiva così grande, più grande della sua stessa vita?
questo è uno dei motivi per cui da grande voglio stroncre la carriera alla gente, registi musicisti artisti e scrittori che siano.
dai, suvvia.nemmeno a 13 anni li leggevo..e poi questo patetico richiamo a melissa p., mi vorrete dire ora che anche lei è minorenne e povera scrive della sua sofferente vita sentimentale e per questo venderà un sacco di coppie?
che palle dico io!
..quasi quasi ora che ci penso voglio proprio sapere cosa avrà mai minato questo amore eterno…uh! non ditemi che si è innamorata di suo fratello, o i suo prof di ginnastica, o il migliore amico di lui..
per l’amor del cielo fermate queste ragazzine con velleità artistiche. per carità
ah e per restare in tema.. BUON SAN VALENTINO
andate e amatevi tutti
arrivo un giorno dopo…
Dicembre 31, 2007
sisi, solo perchè io di dischi migliori non ne ho ancora trovati…non ho avuto il cd che ho ascoltato fino a afarmi tramortire come anni passati…
e poi un sacco di italiani…
quindi
HIT LIST ITALIA
1)Port Royal- Afraid to dance
non solo per il disco. anche il live. assolutamente lacerante, come ci piace a noi tristoni che vogliono sempre soffrire. ottimo, davvero primo posto meritato perchè a me la musica piace così, che ti fa perdere in strani percorsi
2) Beatrice Antolini- Big Saloon
giuro è allegro, scancherato, sembra di andare in alice nel paese delle meraviglie
3) A Toy’s orchestra- Technicolors Dream
il prodottoun pò più multigusto. si va dalle allegre canzoncine alle ballate d’ammore alle canzoni tagliavene.difficile che sforneranno un altro disco così.
4)Ex-Otago- Tanti Saluti
finalmente c’è gente che canta del suo amato can, della sua nonna e delle scale del centro commerciale. folcklore italiano allo stato puro direi, impiastricciato di inglese maccheronico. in sostanza: canzoni che potrebbero esser cantate da tuo nonno la cena di natale
5) Amari_ Scimmie d’amore
mmm. non batte grand master mogol. sono diventati tristi, forse si sono accorti che sono cresciuti, che si stanno (uno di loro) sposando, che non è più tempo di cantare di cazzate ma è tempo un pò di malinconia.
INTERNATIONAL STYLE
bah qui è dura.
li metto a caso, perchè non ne ho avuto uno in assoluto preferito:
AIR, SIGUR ROS, RADIOHEAD (anche se con qualche asterisco)…mmmmmmmm.boh non saprei, forse per la sezione discodens ci metto gli lcdsoundsystem..
peggior tormentone
Umbrella di Rhianna. in tutte le salse, manca solo la versione walzer. non se ne può pi! ella ella ella ellamadonna bastaaaa!
miglior/peggior live
port royal, giardini di mirò e ..lcdsoundsystem con chicca dell’anno soulwax come migliori
disco drive e canadians i peggiori live che nemmeno un gruppo di 15enni piacentini alle prime armi…
Sga’s Judgement
Dicembre 24, 2007
1) Modest mouse – We were dead before the ship even sank

Semplicemente, la migliore band indie-rock americana di sempre. Coi Modest Mouse ho iniziato a muovere i primi passi in una certa direzione, e non mi importa se vengono accusati di essere diventati commerciali. Questo album disintegra culi, esattamente come tutti gli altri. Eterni.
2) Arcade fire – Neon bible
Io non credo che Neon bible sia un disco imprescindibile, soprattutto se rapportato a un mostro sacro come Funeral. Ma il secondo posto è il posto più basso che potrebbero occupare gli Arcade Fire con qualsiasi uscita. Anche se Win Butler si mettesse a registrare le proprie scorregge aggiungendo qualche coretto in sottofondo.
3) Beirut – The flying club cup
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Non avrà avuto l’impatto che ebbe su di me Gulag orkestar, ma se Zach Condon si poteva bissare, non avrebbe potuto farlo meglio.
4) Amari – Scimmie d’amore

Qui si va sul personale. Dite quello che volete, quelli degli amari sono dei piccoli inni generazionali che ci si ritrova a canticchiare in macchina, sotto la doccia, prima di addormentarsi. Lo attendevo, e non ha tradito.
5) Ex – Otago – Tanti saluti

Vi dico la verità: non li ho visti live, e mi stanno, a pelle, pure un po’ sui maroni. Ma questo album è la cosa italiana migliore uscita negli ultimi – la sparo grossa – 5 anni. Punto.
6) Digitalism – Idealism

Il miglior album di elettronica a mio parere uscito quest’anno. Che scivola via liscio come se fosse un album di rock’n’roll. Peccato per il live, uno dei più deludenti.
7) Justice – Cross

La piccola delusione per un album che non regge in tutti i suoi punti, è compensata da tutto ciò che i justice rappresentano. Nel giro di un anno hanno messo sotto sopra la scena dance mondiale. È vero, c’è tanta immagine, ma c’è anche tanta sostanza. Amen.
8) Trabant – Music for losers

La sorpresa che non ti aspetti. Un piccolo regalo made in Italy che mi ha fatto Dicembre, all’ultimo momento, e che continuo gioiosamente a condividere con chiunque mi capiti. 35 minuti tirati, onesti e senza un solo calo di tensione.
9) Sunset rubdown – Random spirit lover

Di loro ho già detto qui, ed è inutile ripetersi. Se non sono più in alto, è solo colpa mia che non ho sempre le orecchie pronte ad accogliere le complesse trame di Spencer Krug e soci. In ogni caso, chapeau, chapeau, chapeau.
10) Fall out boy – Infinity on high

Gli scheletri nell’armadio. Uccidetemi, e fatemi soffrire mentre lo fate. Cosa volete, quando ho pensato alla decima posizione e mi è caduto l’occhio sui FOB, mi son reso conto che comunque ho passato l’intera estate ascoltandoli, e mi è pure piaciuto farlo.
Top 3 singoli
1) The teenagers – Homecoming
“On day 2, I fucked her. It was wild. She’s such a slut”
2) Justice – D.A.N.C.E.
“Under the spotlights neither black nor white, it doesn’t matter, do the dance”
3) Von Sudenfed – Fledermaus can’t get enough
Best video
Justice – D.A.N.C.E.
Top 3 live
1) Justice @ Vox
2) !!! @ Estragon
3) Modest mouse @ Estragon
Premio ciofeca
Canadians – A sky with no stars
(commento di Richard Benson)
I Canadians rappresentano il criccume indie nostrano più marcio, il ripetersi di una formula che ormai ha stancato pure i muri del Covo (ed è dura eh), il protrarsi nauseante di una autocelebrazione che accompagna purtroppo la maggior parte delle uscite della “scena” italiana. Leccaculismo sfrenato, o semplicemente INCAPACITà di giudizio e di critica. I canadians sono stati incensati da mezza Italia, ho sentito parlare di NOVITà, di ORIGINALITà, di FRESCHEZZA.
Allora.
Già una band che si chiama “ canadesi” e si presenta ai live con la bandiera dalla foglia d’acero sullo sfondo, è qualcosa di semplicemente ridicolo.
Ma chissenefrega, direte, è la musica che conta.
La musica. Un susseguirsi di pezzi sciatti, senza tiro né personalità. La noia fatta musica.
E no, i Canadians non li conosco e non c’è niente di personale nelle mie parole. E non ce l’ho con loro, che voglio dire, fanno il proprio lavoro, mica tutti sanno tirare giù l’inizio di Yellow dei Coldplay, postrockizzarlo e piazzarlo all’inizio di metà delle tracce dell’album. Ce l’ho con quello che ho sentito dire su di loro, che continua a stupirmi e a stuprarmi ogni giorno del 2007.
E tagliatevi la barba, cristo.
Sunset Rubdown – Random spirit lover
Novembre 17, 2007

Questa recensione – che non è una recensione – non è per tutti.
Anno del signore 2005.
Sotto Sub Pop, e con la produzione di nientepopodimeno che Isaac Brock dei Modest mouse, esce quello che sarebbe stato, a detta della maggior parte degli indiebloggers del tempo, uno dei migliori dischi di quell’anno, e non solo. Si chiama Apologies to the queen Mary, e a suonarlo sono i Wolf parade, band canadese capeggiata dal tastierista/voce Spencer Krug. Tuttavia, proprio in quell’anno fanno capolino dalle stesse terre nordamericane certi Arcade fire, che con il loro Funeral adombrano completamente il (capo)lavoro suddetto; i due gruppi infatti condividono alcune sonorità, e va da sè che i Wolf parade diventano una sorta di fac-simile e cadono nel gigantesco dimenticatoio dell’indie di nicchia che non riesce a far breccia. Non per niente i Wolf Parade si formano nel 2003 proprio per un invito rivolto dagli stessi Arcade fire a Krug per aprire i loro concerti nel Us kids know tour.
Peccato che in molti, in troppi, non abbiano allora capito l’enorme diversità che caratterizza i due lavori citati: Funeral è una produzione corale, frutto di un collettivismo musicale, mentre Apologies… è la creatura di un singolo genio, dalle cui tastiere sgorgano intrecci azzardati ed a volte improbabili, ma profondi da lasciare segni indelebili. Si, la mente, ed anche la voce tremante di Spencer Krug è fatta di tasti bianchi e neri che si fondono e sparano senza filtri.
E a prova di questo, scopro un anno più tardi Shut up, i’m dreaming di Sunset Rubdown, seconda uscita per il progetto semi-solista dello stesso Krug in cui fuoriesce in tutta la sua potenza il suo genio creativo, nel bene per alcuni e nel male per molti. Ma non è finita qui, visto che Krug è anche parte integrante del trio Swan Lake (insieme a Carey Mercer – Frog Eyes -e Daniel Bejar – Destroyer, The New Pornographers -) e dei Frog Eyes.
E così arriviamo ai giorni nostri, in cui esce Random spirit lover , che conferma la spaventosa produttività di Krug e il fatto che Sunset Rubdown è ormai diventato, con 3 album ed 1 EP all’attivo, il progetto di punta del musicista di Montreal. La ricetta non cambia di una virgola, anzi si arricchisce nella stessa direzione, con immagini sempre più psichedeliche e atmosfere fantastiche, nel vero senso del termine. Le note e la voce di Spencer creano veri e propri mondi alternativi, in cui il reale e l’onirico si fondono; si passa da temi simil-celtici a isteriche escursioni elettriche, da melodiche fanfare carnevalesche a ballate compassate. I testi disegnano immagini potenti e surreali, con personaggi che sembrano uscire da un quadro di Hieronimous Bosch.
Se ne astengano i patiti della melodia a tutti i costi e dei coretti alla Arcade fire. Si tratta di esperienza sonora, non di semplice produzione discografica. Si tratta di una esperienza personale e intima, non adatta alle corde emozionali di tutti.
Si tratta, soprattutto, di uno dei pochi geni, musicalmente parlando, degli anni 2000.
–> (mp3) Sunset Rubdown – Up on your leopard, upon the end of feral days (From Random spirit lover)
Sunset Rubdown – Stadium and shrines II , live in Chicago
Teniamo alto il vessillo delle motoseghe incrociate
Ottobre 30, 2007
Ante Scriptum: il post va rigorosamente letto con spiccato accento reggiano.
Sabato sera, mentre vagavo per le rosse terre d’oltreSecchia, mi tornavano alla mente gli Offlaga disco pax, anno domini 2005: vi ricordate Roberspierre e la toponomastica di Fogazzaro? Via Carlo Marx, via rivoluzione d’Ottobre… bene, sabato ho scoperto che in provincia di Reggio non fa schifo solo il lambrusco, ma anche la segnaletica… per compiere la tratta Sassuolo-Cavriago, dove ha sede il Calamita, il qui presente impiega la bellezza di 1 ora e mezza anzichè i 40 minuti necessari. Io quindi decisamente odio le gite fuori porta, ma per la data zero del tour degli Amari questo ed altro. Tuttavia non sono in tanti a pensarla come me, visto che il pubblico non è molto più numeroso dell’ultima volta che vidi la formazione friulana all’Off di Modena; mi perdo il tizio spalla nonchè le prime due canzoni, e vengo inevitabilmente schernito dalla mia collega-ho-il-satellite-sul-cellulare e dalla Cloud-sculettante-tette-arroganti-no-more. Le scimmie d’amore regalano sempre, con i testi, l’interpretazione e con le scanzonate, improbabili battute tra un pezzo e l’altro. L’unica pecca è, per l’ennesima volta, non potersi togliere di dosso quell’inibizione che sale quando si è in pochi: come sarebbe bello poterli vedere questo mercoledì su uno stage decisamente più consono, quello del Covo, e sentirsi così liberi di sbracciarsi come fanno i bambini quando vogliono andare a casa. MA per Halloween a Modena, l’evento è uno solo :)
